Comunità di S.Egidio


Patriarcado
de Lisboa


24 settembre 2000
Centro Cultural de Belém - Grande Auditorio
Assemblea introduttiva

René Samuel Sirat 
Conferenza dei Rabbini d'Europa, Francia

 

"Allora io donerò ai popoli delle labbra pure, affinché tutti invochino il nome del Signore e lo servano di comune accordo"
Sofonia III, 9

Gli incontri interreligiosi si susseguono ad andatura sostenuta: ho partecipato, con alcuni degli amici qui presenti, a fine agosto, all'incontro di circa 2000 uomini di religione prima dell'apertura dell'assemblea generale dell'ONU, in occasione del Summit del Millennio; dieci giorni più tardi, ho partecipato alla grande conferenza organizzata dall'UNESCO a Taschkent, in Uzbekistan, il cui tema era: "La Pace tra le religioni". Oggi a Lisbona assistiamo alla solenne apertura della conferenza annuale della Comunità di Sant'Egidio sul tema "Oceani di pace". Abbiamo la sensazione che la magnifica profezia di Sofonia che ho appena citato sia in via di realizzazione.

Gli uomini di religione dialogano finalmente tra loro, si conoscono, si rispettano, si apprezzano, fraternizzano nel senso forte del termine. Essi servono Dio nell'armonia, anche se questa non è stata ancora ritrovata del tutto.

L'anno scorso ci siamo riuniti in Vaticano su invito del papa Giovanni Paolo II. Come Eleazaro, il servitore di Abramo, sono rimasto stupito della rapidità e dell'ampiezza del cambiamento. Io, rabbino, ero invitato a soggiornare per una settimana all'interno della Città del Vaticano; era stata prevista, per me e per i miei colleghi, un'alimentazione strettamente kasher e per i nostri amici musulmani del cibo Hallal. Inoltre, mi è stato chiesto di prendere la parola in piazza San Pietro, proprio di fronte al papa, davanti a migliaia e migliaia di pellegrini cristiani...

Quale formidabile progresso verso l'insegnamento della stima che prende finalmente il posto di quello del disprezzo! La preghiera per la pace iniziata quasi quindici anni fa ad Assisi prosegue quindi di capitale in capitale, da Bruxelles a Milano, da Varsavia a Malta, da Roma a Lisbona...

Ma c'è un tempo per pregare e un tempo per agire.

La Bibbia ci insegna che, nel massimo dell'angoscia, al momento dell'uscita dal paese d'Egitto, mentre gli egiziani, con in testa il faraone, si precipitavano sugli Ebrei per riportarli in schiavitù e mentre questi ultimi erano presi in trappola, perché davanti a loro le onde impetuose del mare dei giunchi non gli permettevano più di fuggire, Dio disse a Mosè: "Perché mi implori? Ordina ai figli d'Israele di mettersi in marcia" (1)

Come capire "perché mi implori?" Forse che nello sconforto profondo la reazione naturale non è quella di implorare il Signore e di chiederGli di salvarci?

No! Non basta pregare, piangere, implorare la grazia infinita di Dio, bisogna anche agire. Mettersi nella direzione di marcia, avanzare di fronte all'ignoto, dominare la propria angoscia, vincere la paura della sconfitta, la sensazione di infinita debolezza: avere coscienza che noi non siamo che polvere e cenere (2) e tuttavia osare camminare davanti a Dio (3) come fece il patriarca Abramo. Allora le onde del mare si apriranno davanti a questi Ebrei e noi potremo camminare insieme a piedi asciutti per varcare l'ostacolo.

Gli uomini di religione oggi forse non sono abbastanza coscienti della forza straordinaria che emana proprio dalla loro debolezza. Questa forza non deve portarli verso la volontà di sostituirsi ai dirigenti politici, soprattutto quando i loro sforzi raggiungono il limite naturale, ma al contrario deve portarli verso la volontà di aiutarli per agire insieme in favore della pace.

La Comunità di Sant'Egidio ha saputo trovare in Mozambico il modo per conciliare gli inconciliabili e di aiutare i responsabili politici a fare la pace.

A Camp David, nel luglio scorso, la pace tanto attesa tra Israeliani e Palestinesi era sul punto di arrivare, ma ora si è scontrata con il problema della santità di Gerusalemme. Su questo i politici persero il controllo della situazione e non furono in grado di concludere; essi hanno avuto comunque il coraggio di riconoscerlo malgrado la prevedibile delusione dell'opinione pubblica. Tocca a noi raccogliere il testimone. Come il patriarca Giacobbe di fronte a Labano, consideriamo che la collina del Tempio possa chiamarsi insieme Har Hayabit e Haram El Sharif come un tempo il mucchio della Testimonianza si è chiamata nella bocca di Labano Igar Sahadouta (in aramaico) e in quella di Giacobbe l'ebreo Gal'ed (4). La santità delle moschee non è assolutamente messa in dubbio e nemmeno la speranza che alla fine dei tempi, il Tempio di Dio sarà ricostruito sul monte santo, questa casa che sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli (5).

Osiamo, noi uomini di religione, parlare di pace e di apertura all'Altro, costringiamo il mare della diffidenza, dell'odio, della sofferenza a trasformarsi in strada regale come annuncia il profeta Isaia, strada che conduce a Dio (6).

Ciò che è vero per Gerusalemme lo è anche per Nazaret. La moschea in costruzione, lungi dall'essere un pomo della discordia tra cristiani e musulmani, deve diventare il simbolo della pace ritrovata. Il Custode di Nazaret e il Gran Muftì della città devono trovare insieme la soluzione a un conflitto che rischia di dividere stabilmente le loro rispettive comunità.

Ascoltiamo il profeta Michea (7): "Alla fine dei giorni il monte del Tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e si innalzerà sopra i colli e affluiranno ad esso i popoli; verranno molte genti e diranno: "Venite, saliamo al monte del Signore e al Tempio del Dio di Giacobbe; Egli ci indicherà le sue vie e noi cammineremo sui suoi sentieri", poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la Parola del Signore. Egli sarà arbitro tra molti popoli e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni; dalle loro spade forgeranno vomeri, dalle loro lame, falci. Nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra nazione e non impareranno più l'arte della guerra. Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato."

Allo stesso modo in cui la guerra e la violenza sono contagiose, lo è anche la pace: la pace fraterna di Gerusalemme e di Nazaret si estenderà alle contrade lontane, con le sue ali coprirà l'Africa, così cara al nostro cuore e che tanto ha sofferto, insieme alle regioni dove la diffidenza, l'odio, la volontà di distruggere sono ancora virulente.

"Poiché così dice il Signore: "Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena... Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore.""(8)

Che questa sia la tua volontà, Signore, presto e per i nostri giorni. Amen

NOTE:

(1) Esodo XIV, 15

(2) Genesi XVIII, 27

(3) Ibid. XVII, 1

(4) Genesi XXXI, 47

(5) Isaia LVI, 7

(6) Ibid. XL, 3

(7) IV. 1-4

(8) Isaia LXVI, 12